Home Ipnosi regressiva
“Guardarsi dentro a volte non basta. Andare oltre spesso può aiutare la voce più timida. Così quando
l’inconscio ha paura, una mano scende per accarezzarlo e trasformare il timore in liberazione.”
Comprendere e integrare il passato.
L’ipnosi regressiva è una tecnica ipnotica che mira a far rivivere eventi o esperienze passate. Secondo i sostenitori dell’ipnosi regressiva, attraverso questa pratica è possibile accedere a memorie nascoste o dimenticate, che potrebbero fornire spunti di riflessione o guarigione nel momento attuale e sui sintomi presenti.
Durante una sessione di ipnosi regressiva, il terapeuta o l’ipnotizzatore guida la persona in uno stato di
trance, in cui si suppone che l’inconscio sia più accessibile. Successivamente, si possono porre domande o dare suggerimenti alla persona per farla così “regredire” a eventi specifici della sua storia passata. L’ipnosi regressiva viene praticata attraverso un accompagnamento della persona e seguendo il ritmo naturale delle informazioni emerse senza contrapporre nessuna risposta o affermazione.
Brian Weiss è un medico e psichiatra americano, noto per il suo lavoro nel campo della regressione a eventi passati e dell’ipnosi regressiva. È diventato famoso grazie al suo libro best-seller del 1988 intitolato “Molte vite, un’anima sola” – “Many Lives, Many Masters” – in cui descrive le sue esperienze con la terapia della regressione a momenti passati della vita del paziente.
Weiss afferma di aver utilizzato l’ipnosi regressiva per aiutare i suoi pazienti a recuperare vecchi ricordi, nel tentativo di trattare disturbi e problemi psicologici. Secondo la sua teoria, le esperienze vissute in passato possono influenzare il momento presente e il processo di guarigione può avvenire proprio attraverso la comprensione e l’integrazione di queste esperienze.
Weiss ha scritto diversi libri successivi sull’argomento, tra cui “Solo l’amore è reale” – “Only Love Is Real” – e “Messaggi dai Maestri” – “Messages from the Masters” – in cui si continua a esplorare il tema della regressione al passato e della spiritualità.
Non importa se tali tecniche possano elicitare immaginazione o ricordi reali, ciò che conta è il linguaggio
dell’inconscio che genera percezioni e/o visualizzazioni. Sono questi contenuti che aiutano l’approccio
terapeutico per sintomi resistenti e spesso cronici, quando di tutto è stato provato senza alcun successo.
L’ipnosi regressiva comunque è da considerarsi sempre uno strumento aggiuntivo del percorso e non sostituisce in alcun modo farmaci o trattamenti in corso, appartenenti alla medicina e/o psicoterapia.
Breve storia dell’ipnosi.
L’ipnosi ha certamente origini antichissime ed è collegata a rituali che sfruttavano stati di coscienza alterati, reali o presunti, durante cui si pensava fosse possibile avere informazioni dagli dei o dai morti. Documentata presso gli antichi Egizi nel XV sec. a.C., giunse poi attraverso il rito di Asclepio nel mondo romano e greco, già nel V secolo a.C.
Le basi della moderna ipnosi furono gettate a partire dalla metà del ‘700 fino ai primi del ‘900 ed erano tutte orientate alla cura delle malattie psichiche, senza l’uso di farmaci oppure di metodi invasivi, come l’elettroshock.
Franz Anton Mesmer, medico tedesco (1734-1815), introdusse nel mondo accademico le prime teorie alla base dell’ipnosi e arrivò a curare con successo diversi soggetti con problemi fisici riconducibili alla psiche. Nonostante tutto, Mesmer non veniva visto di buon occhio dalla comunità medico-scientifica.
La prima guarigione che operò Mesmer con il magnetismo, che si riallacciava alle nuove e rivoluzionarie
scoperte del secolo operate da Isaac Newton, fu quella di una signora affetta da crisi di nervi nel 1773. Mesmer aveva già capito che la relazione medico-paziente determinava l’importanza della guarigione
attraverso la fiducia e l’alleanza terapeutica. Le sue teorie furono sottoposte all’Accademia delle Scienze e
alla Facoltà di Medicina di Parigi, che le condannarono. Solo nel 1840, si gettarono le basi solide per quella
che oggi può chiamarsi ipnosi a opera di un medico inglese, John Elliotson, che usava le tecniche ipnotiche per eseguire interventi importanti, visto che ancora non esisteva alcuna forma di anestesia.
James Braid, un altro medico inglese, fu il primo a usare il termine “ipnosi” nel 1843 nei suoi scritti che trattavano l’argomento. Egli revisionò le teorie di Mesmer e diede una interpretazione fisiologica alla pratica.
Sigmund Freud (1856-1939) stesso, incominciò i suoi studi con l’ipnosi, in quanto allievo di Jean-Martin Charcot, neurologo francese, che utilizzava regolarmente la pratica ipnotica. La concezione dell’ipnosi, secondo la sua teoria, si basava sul riportare alla mente ricordi rimossi per arrivare alla guarigione. La sua attenzione però si rivolse comunque alla psicoanalisi che ruotava intorno al concetto di “transfert” e dove la figura dello psicoterapeuta assumeva un ruolo di primaria importanza nella percezione affettiva del paziente. Abbandonò così l’ipnosi e, da questo periodo, tale pratica non destò più alcun interesse.
Dopo la seconda guerra mondiale, fu Milton H. Erickson, uno psichiatra americano, a riprendere gli studi sull’ipnosi, pubblicando la prima vera definizione di ipnosi come metodo scientifico, la cosiddetta “ipnosi ericksoniana”. Nella situazione ipnotica ericksoniana, la persona mantiene la possibilità di usare la volontà in uno stato psicologico e neurofisiologico legato alla trance. L’ipnosi utilizzata in ambito terapeutico si basa su meccanismi del tutto naturali, in quanto quotidianamente il cervello passa, in media ogni 90 minuti, da uno stato vigile di coscienza a uno stato alterato di coscienza. La trance ipnotica sopraggiunge, per esempio, in modo spontaneo durante la guida, quando si guarda un film o nelle prime fasi di innamoramento.
L’ipnosi induce, in effetti, uno stato alterato di coscienza attraverso una tecnica di rilassamento corporeo. Gli effetti neurofisiologici dell’ipnosi si basano sulla produzione di ormoni come la serotonina e l’endorfina che favoriscono un benessere psicofisico che dura anche dopo il risveglio.
Il soggetto durante l’ipnosi resta comunque cosciente e partecipe del processo. Ciò che accade, in realtà, è un aumento delle onde alfa in cui è possibile focalizzare l’attenzione sul proprio Sé, sulla mente e sul corpo. In relazione agli obiettivi che si vogliono raggiungere, e alle caratteristiche della persona, diverso può essere il grado di profondità dell’ipnosi (lieve, medio, profondo).
L’ipnosi viene impiegata in diversi ambiti. È molto efficace per la rielaborazione di eventi negativi o traumatici, che creano disturbo o sintomi disturbanti. Importante è la collaborazione terapeutica per la risoluzione del problema. L’ipnosi può essere utilizzata anche per un rilassamento psicofisico verso lo stress e affrontare sintomi come l’ansia, disturbi alimentari, attacchi di panico, dipendenza da fumo, dipendenze affettive o sintomi reiterativi che impediscono una serena vita di coppia e relazionale in generale.
Si può lavorare anche per aumentare la fiducia in sé stessi e nella propria autostima. L’ipnosi, però, è molto utilizzata anche per affrontare una malattia, il dolore acuto e cronico o un intervento chirurgico o persino il parto. Può essere usata anche per interventi odontoiatrici al posto dell’anestesia. Importante porre l’accento sui falsi pregiudizi contro l’ipnosi come, ad esempio, l’idea che la persona sia in balia del terapeuta, poiché la partecipazione al processo implica sempre una certa consapevolezza e collaborazione.
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